24) Machiavelli. La Fortuna aiuta gli audaci.
Talvolta, soprattutto quando si attraversano periodi storici
particolarmente burrascosi, si ha l'impressione che ci sia un
Destino che domini la realt e l'uomo non abbia altra possibilit
che quella di accettare la sorte e sottomettersi ad essa. Ma
l'uomo possiede la libert, per cui  pi corretto attribuire alla
Fortuna solo la responsabilit della met delle cose che ci
possono capitare. Dell'altra met i responsabili siamo noi.
N. Machiavelli, Il Principe, capitolo venticinquesimo (pagine 18-
20).

E' non mi  incognito come molti hanno avuto e hanno opinione che
le cose del mondo sieno in modo governate dalla fortuna e da Dio
che li uomini con la prudenzia loro non possino correggerle, anzi
non vi abbino remedio alcuno; e per questo potrebbero iudicare che
non fussi da insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare
alla sorte. Questa opinione  suta pi creduta ne' nostri tempi
per la variazione grande delle cose che si son viste e veggonsi
ogni d, fuora di ogni umana coniettura. A che pensando, io
qualche volta mi sono in qualche parte inclinato nella opinione
loro.
Nondimeno perch il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico
potere essere vero che la fortuna sia arbitra della met delle
azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l'altra met, o
presso, a noi. E assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi
che, quando s'adirano, allagano e piani, ruinano gli alberi e gli
edifizii, lievano da questa parte terreno, pongono da quell'altra:
ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro senza
potervi in alcuna parte obstare. E bench sieno cos fatti, non
resta per che li uomini, quando sono tempi quieti, non vi
potessino fare provvedimenti e con ripari e argini, in modo che
crescendo poi, o egli andrebbano per uno canale, o l'impeto loro
non sarebbe n s licenzioso n s dannoso.
Similmente interviene della fortuna: la quale dimostra la sua
potenzia dove non  ordinata virt a resisterle, e quivi volta e
sua impeti dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a
tenerla. E se voi considerrete la Italia, che  la sedia di queste
variazioni e quella che ha dato loro il moto, vedrete essere una
campagna sanza argini e sanza alcuno riparo; ch s'ella fussi
riparata da conveniente virt, come la Magna, la Spagna e la
Francia, o questa piena non arebbe fatte le variazioni grande che
ha, o la non ci sarebbe venuta. E questo voglio basti avere detto
quanto allo opporsi alla fortuna, in universali.
Ma restringendomi pi al particulare dico come si vede oggi questo
principe felicitare e domani ruinare, senza averli veduto mutare
natura o qualit alcuna; il che credo che nasca, prima dalle
cagioni che si sono lungamente per lo adrieto discorse, cio che
quel principe che si appoggia tutto in su la fortuna, rovina come
quella varia. Credo ancora che sia felice quello che riscontra el
modo del procedere suo con le qualit de' tempi, e similmente sia
infelice quello che il procedere suo si discordono e tempi.
Perch si vede li uomini, nelle cose che li conducono al fine
quale ciascuno ha innanzi, cio glorie e ricchezze, procedervi
variamente: l'uno con respetto l'altro con impeto, l'uno per
violenzia l'altro con arte, l'uno per pazienzia l'altro con il suo
contrario; e ciascuno con questi diversi modi vi pu pervenire. E
vedosi ancora dua respettivi, l'uno pervenire al suo disegno,
l'altro no, e similmente dua equalmente felicitare con dua diversi
studii, sendo l'uno respettivo e l'altro impetuoso; il che non
nasce da altro se non dalla qualit de' tempi che si conformano o
no col procedere loro. Di qui nasce quello ho detto, che dua
diversamente operando sortiscono el medesimo effetto, e dua
equalmente operando, l'uno si conduce al suo fine e l'altro no.
Da questo ancora depende la variazione del bene, perch, se uno
che si governa con respetti e pazienzia, e tempi e le cose girono
in modo che il governo suo sia buono, e' viene felicitando; ma se
li tempi e le cose si mutano, e' rovina perch non muta modo di
procedere. N si truova uomo s prudente che si sappi accomodare a
questo; s perch non si pu deviare da quello a che la natura lo
inclina, s etiam perch, avendo sempre uno prosperato camminando
per una via, non si pu persuadere partirsi da quella. E per
l'uomo respettivo, quando egli  tempo di venire allo impeto, non
lo sa fare; donde e' rovina: ch se si mutassi di natura con li
tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna. [...].
Concludo adunque che variando la fortuna e stando li uomini ne'
loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme, e come
discordano infelici. Io iudico bene questo, che sia meglio essere
impetuoso che respettivo, perch la fortuna  donna; ed 
necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla. E si vede
che la si lascia pi vincere da questi che da quelli che
freddamente procedono. E per sempre, come donna,  amica de'
giovani, perch sono meno respettivi, pi feroci, e con pi
audacia la comandano.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, volume
decimo, pagine 90-91.
